Per la salvezza occorre prima di tutto il sacrificio di Cristo, poi la fede (vedi Paolo), ma anche le opere buone (vedi Giacomo)

Cari fratelli in Cristo,

sia amore, adorazione e gloria imperitura alla Santissima Trinità, unico vero Dio.

In questo articolo ritorno a parlare del rapporto tra fede e opere e della necessità di entrambe (oltre che ovviamente del sacrificio espiatorio della Croce) per conquistare la salvezza dell’anima e quindi la vita eterna.

La natura salvifica delle opere, che ovviamente non contraddice il fatto che l’uomo sia redento e salvato dalla grazia di Cristo attraverso il sacrificio della Croce, è uno dei punti teologici che più marcatamente distinguono il Magistero della Santa Madre Chiesa dalla dottrina eretica dei protestanti.

Poichè ad una lettura insufficiente, parziale e superficiale della lettera ai romani (molto citata in ambito protestante) sembrerebbe confermassi la dottrina luterana, occorre procedere ad uno studio approfondito ed esegetico di questa lettera paolina, da approfondire mettendola in connessione con gli altri scritti neotestamentari che parlano della dottrina della giustificazione e della salvezza, sì da comprendere appieno perchè solo la dottrina cattolica sulla salvezza è realmente corretta e conforme al dettato biblico ed essere quindi pronti a rispondere alle tesi dei fratelli separati che seguono (purtroppo) false dottrine.


PARTE PRIMA: LA REDENZIONE, ATTO DI DIVINO AMORE, ATTO DI PURA GRAZIA

Ebbene, a tal proposito occorre notare che la lettera ai romani viene inviata ad una comunità che era particolarmente giudaizzante, nata in ambienti contigui alla comunità giudaica della capitale dell’impero.

L’intenzione di Paolo, dunque, è quella di spiegare a credenti giudaizzanti, che proprio perchè giudaizzanti sono particolarmente legati alla Legge mosaica e le sue prescrizioni, che la grazia della giustificazione (da cui la salvezza) ci è ottenuta dal sacrificio espiatorio di Cristo sulla Croce e non dalla Legge, perchè dalla Legge non viene la giustificazione, ma solo la conoscenza morale di ciò che è peccaminoso.

Nella teologia chiamiamo “grazia della giustificazione” l’essere considerati giusti agli occhi di Dio. Dal peccato originale in poi il mondo si caratterizza per una incontenibile propagazione del male, questo proprio perchè il peccato originale (da cui la morte e la concupiscenza) si diffonde in tutti gli uomini per propagazione sì che nessuno sfugge al bisogno della redenzione divina. Ebbenelo stato di grazia di questa redenzione si ottiene proprio non per l’osservanza della legge mosaica, ma dal sacrificio di Cristo, nostro unico divino Redentore. Meditare sulla passion, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo è veramente utile e necessario per comprendere fino in fondo la logica dell’amore divino. L’uomo era colpevole e peccatore, ma Dio Padre, meraviglioso Dio d’amore, per la salvezza e redenzione dell’uomo non sacrifica l’uomo, ma Suo Figlio, il Cristo, Agnello senza macchia, Dio incarnato dunque anche vero uomo oltre che vero Dio, che condivide ogni debolezza umana tranne, ovviamente, il peccato. È una logica che supera la giustizia e dimostra che nulla, nel Creato, è più immenso e santo dell’amore divino.

Orbene, il sacrificio di Cristo sulla Croce, rappresenta la conditio sine qua non per ottenere la salvezza. Non ci sarebbe possibilità di salvare l’anima e quindi conseguire la vita eterna nel Regno dei Cieli, senza la redenzione dell’uomo ottenuta attraverso il sacrificio di Cristo. Va allora specificato che l’amore divino che promana da questo sacrificio è ATTO DI PURA GRAZIA non ricompensa di opere umane. Guai dunque se negassimo che siamo redenti dalla pura grazia di Cristo divino Redentore, altrimenti saremmo eretici pelagiani e non veri cristiani cattolici. Dunque quando Paolo contrappone la salvezza per grazia e per fede alle opere, non intende negare che Dio ripaga ciascuno secondo le sue opere e azioni (come lui stesso afferma in Rm 2, 6-8), ma che la redenzione è opera di grazia e non ricompensa di opere umane e che le opere della Legge, al contrario del Sacrificio di Cristo, non redimono l’uomo.


PARTE SECONDA: LA NECESSITÀ DELLE OPERE BUONE

Capito questo, occorre allora chiedersi in che cosa consiste il legame tra la salvezza dell’anima e le opere buone. La risposta è semplice: lo stato di grazia che Cristo ci ha conquistato attraverso il sacrificio espiatorio della Croce può perdersi attraverso il peccato mortale. Chi muore in peccato mortale perde la grazia e la comunione divina e quindi si condanna alle pene dell’inferno. Chi ha peccato mortalmente può però riacquistare lo stato di grazia attraverso la confessione sacramentale. Solo in punto di morte, mancando un confessore, basta un atto di contrizione perfetto.

Ebbene nel Vangelo (splendido e chiarissimo Mt 25, 31-46) Gesù spiega con parole inequivocabili che chi nega un atto di carità/misericordia ai piccoli (sofferenti, oppressi, poveri, malati) lo nega a Cristo stesso e per questo incombe nella Sua divina ira, poichè nei bisognosi Cristo si identifica.

Per tanto, a seconda delle circostanze, negare (ad esempio) un’elemosina a un mendicante, può esserci imputato come peccato mortale e dunque farci perdere lo stato di grazia (da riacquistare tramite la confessione) e allontanarci dalla salvezza.

Quando dunque si afferma la natura salvifica delle opere occorre allora ben argomentare: 1) non si può e non si deve mai affermare che l’uomo potrebbe auto-salvarsi senza la grazia del sacrificio della Croce, pena altrimentimenti diventare eretici pelagiani e autoescludersi dalla comunione con la Chiesa; 2) inoltre che le opere siano necessarie alla salvezza non vuol dire che se facciamo un’opera buona sicuramente saremmo salvi: in primis perchè nulla possiamo pretendere da Dio, in secundis perchè dopo quell’opera buona, c’è comunque la possibilità (Dio non voglia) di peccare mortalmente e (speriamo di no) di non pentirci, così autocondannandoci all’inferno. 3) La dottrina cattolica, pertanto, non solo non nega la necessità della grazia, MA LA ESALTA: l’uomo non potrebbe salvarsi se Dio Padre non ci avesse creato. La creazione è atto di amore e di grazia. L’uomo non potrebbe salvarsi se Dio Figlio non ci avesse redento con il Suo Sangue prezioso sulla Croce. La passione e la crocifissione di Cristo sono atto di amore di grazia. L’uomo non potrebbe fare il bene, dunque salvarsi, se Dio Spirito Santo non ci santificasse con la Sua grazia. SENZA LA GRAZIA DIVINA NON POSSIAMO FARE NULLA DI BUONO, TANTO MENO SALVARCI.

Noi cattolici affermiamo la necessità delle opere per la salvezza, perchè queste ci sono comandate da Cristo e quindi se non le compissimo uccideremmo la nostra fede (e una fede morta non può salvare, come ci ricorda la lettera di Giacomo) e diventeremmo degli ipocriti avari che dicono “Signore Signore” ma non obbediscono alla Sua Volontà. Gli ipocriti e gli avari, ammonisce San Paolo, non entreranno nel Regno dei Cieli (vedi 1 Cor 6,9-11).


PARTE TERZA: L’INEQUIVOCABILE FONDAMENTO SCRITTURISTICO DELLA DOTTRINA CATTOLICA

Occorre ora, con la Scrittura alla mano, dimostrare il fondamento biblico della dottrina cattolica fin qui esposta. A tal proposito si ricordi che già ai tempi degli apostoli gli insegnamenti di Paolo, pur certamente ispirati dalla “dalla sapienza che gli era stata donata”, erano considerati difficili e si prestavano a fraintendimenti. Lo dice chiaramente San Pietro in 2 Pt 2,16.

Per tanto, occorre chiedersi:

  1. Gli apostoli affermano che Dio ripaga ciascuno secondo le sue azioni ? Sì lo afferma Giacomo nella sua lettera (che guarda a caso Lutero ha escluso dal canone biblico perchè confutava le sue teorie), ma anche Pietro in 1 Pt 1,17.
  2. Si afferma lo stesso anche nell’Antico Testamento ? Sì. Vedi Giobbe 34, 10-11
  3. San Paolo conferma questi insegnamenti ? Certamente. Infatti: aa) in Rm 2, 6-8 dice che Dio ripaga l’uomo secondo le sue opere; bb) in 1 Cor 6,9-11 afferma che ipocriti e avari non entreranno nel Regno dei Cieli e tali siamo se non compiamo opere buone; cc) in 1 Cor 13 afferma che la carità è la più importante delle virtù teologali, persino più della fede; dd) in Gal 5,6 afferma che ciò che conta non è la fede, bensì la fede che si rende operosa nella carità.
  4. C’è da stupirsi di questa concordanza perfetta ? Certo che no. Tutta la Scrittura è ispirata da Dio, dunque non ci possono essere contraddizioni, se non apparenti.

PARTE QUARTA: BEATI I MISERICORDIOSI

Nel discorso della montagna Gesù dice: “Beati i misericordiosi perchè avranno misericordia”. Le opere di misericordia sono 14: 7 corporali (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti), 7 spirituali (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti).

Che la nostra fede sia misericordiosa e opera nella carità, proprio come diceva San Paolo. Sia lodato Gesù Cristo, Sommo Amore, Somma Giustizia, Somma Misericordia.